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venerdì 6 novembre 2015

A volte, se senti rumore di zoccoli…è proprio un cavallo, non una zebra! :D

Pashmina azzurra avvolta intorno alla testa, cuffiette nelle orecchie, mi appresto a scendere dal bus. Un signore che mi fissa da un po’ mi chiede qualcosa che suona tipo “sei soprana?”. Non capisco, sfilo un auricolare per sentire meglio la domanda che viene ripetuta ancora ma il trabiccolo sferraglia un po’ troppo allegramente mentre rallenta sull’asfalto bagnato: forse mi sta chiedendo se sono una musicista?

Sfilo anche l’altro auricolare e finalmente mi pone la fatidica domanda per l’ultima volta:
“Sei musulmana?”
“No, piove e mi devo coprire la testa!”

Questione di dimensioni

"Quando gli operai si trovano, giocano a calcio;
quando gli industriali si trovano, giocano a tennis;
quando i politici si trovano, giocano a golf.
Più grande è il potere, più piccole sono le palle."

Goodness gracious!

Spirit in the Sky

Un po' di giorni fa, un mio amico ha pubblicato su una pagina Fb che gestisce, “Ribelli”, un video riguardante il fenomeno delle scie chimiche, vale a dire quelle striature che appaiono nel cielo e che molti potrebbero scambiare per scie di condensazione rilasciate dagli aerei nei loro passaggi: a renderle distinguibili da queste ultime, ci sono la persistenza delle tracce e le forme disparate che esse assumono, forme “artificiali” rispetto a quelle del normale nuvolame di origine naturale.
Ovviamente, il motivo per cui sono diventate note in rete non è la loro estetica, ma il fatto che siano scie dovute al rilascio di sostanze chimiche (da qui il nome) in grado di alterare le condizioni atmosferiche nelle zone in cui vengono emesse: secondo i complottisti (amichevolmente appellati dagli scettici come “gomblottisti” per sottolinearne l’ingenuità paesanotta che li induce a vedere ovunque pericoli e nemici inesistenti), oltre ad essere un’ulteriore fonte di inquinamento dell’aria e di avvelenamento di terre ed acque sottostanti, queste scie sono tentativi, più o meno efficaci, di manipolazione tanto del clima quanto dei suoi ricaschi sulle attività umane nelle aree interessate. È abbastanza evidente che poter decidere dove far piovere o per quanto tempo far splendere il sole su un certo territorio può mettere in ginocchio l’economia, e di conseguenza anche la popolazione, di un paese, danneggiandone ad esempio le attività turistiche o le colture: un trucchetto utile quindi in tempo di pace e in tempo di guerra. Ma giocare col nostro pianeta non è esattamente come una partita di Risiko. Sono anni e anni che si sente parlare (in verità, “bisbigliare” rende meglio l’idea) delle scie chimiche – io perlomeno ne sono informata dal 2007-08, quando mi trovavo in Austria – ma la stragrande maggioranza della cittadinanza non ne è al corrente o, se ne sa qualcosa, crede che si tratti dei vaneggiamenti di qualche folle ossessionato appunto da teorie di complotto.


Quest’anno ho passato giorni tremendi durante il mese di luglio: un caldo soffocante, che non dava respiro neanche durante la notte, per giorni e giorni senza soluzione di continuità. Dentro di me risuonava un insofferente ritornello: “Luglio, col bene che ti voglio, che tu sia maledetto!” E, come se l’afa non fosse stata supplizio sufficiente, un coro di imbecilli – perché non c’è altra spiegazione plausibile per tanta stupidità, a meno che costoro non siano degli ibridi a sangue freddo frutto di incroci umani con i rettili – sproloquiava contro chi si augurava un abbassamento delle temperature, qualche giorno di nuvole, di pioggia, di tregua soprattutto. No, loro volevano i 35° fissi all’ombra, perché sennò addio tintarella e happy hour…e poi tanto potevano rimediare alla canicola tuffandosi in piscina, facendosi docce su docce, ma soprattutto accendendo i loro beneamati e onnipresenti condizionatori. Ora, lungi da me criticare un oggetto che effettivamente si rivela provvidenziale in determinate circostanze, ma trovo quantomeno demenziale e ottuso che si usino ovunque climatizzatori e condizionatori per raffreddare negozi, case, uffici, quando questi apparecchi non sanno far altro che generare ulteriore calore (in quanto macchine, l’energia termica è un sottoprodotto inevitabile) e riversare all’esterno il calore stesso sottratto agli edifici. In altre parole, e tralasciando del tutto il discorso sui rischi per la salute legati agli sbalzi di temperatura o alla pulizia dei filtri stessi, in cui possono facilmente annidarsi batteri letali, anziché risolvere il problema questi condizionatori peggiorano ulteriormente il clima generale rendendolo insostenibile. Venissero almeno utilizzati per avere semplicemente temperature più accettabili dal nostro organismo, abbassandole giusto di qualche grado: no, pare che quando all’esterno c’è un caldo tropicale nei negozi e negli uffici sia d’obbligo ricreare l’aria frizzante delle Dolomiti, in modo da potersi vestire con giacca e cravatta e senza correre il rischio di sudare anche minimamente.

Tutto questo rientra naturalmente nel quadretto del “self-made weather” che è un accessorio imprescindibile del self-made man (definizione che di suo è una contraddizione lampante: come potrebbe mai un uomo “farsi” da sé?): ma dico, ve l’immaginate un self-made man che lavora o va a farsi un aperitivo con le ascelle pezzate per il sudore?!!? Giammai, ne va del suo onore! (self-made anche quello, of course)
Non gli passa lontanamente per la testa, a quest’ometto “che non deve chiedere, mai!”, che non può giocherellare impunemente con i quattro elementi come fa con i tasti del telecomando, illudendosi poi di sfangarla col suo zapping perché si crede più furbo del Padreterno. Quando ero bambina, mi hanno insegnato che l’Italia si colloca nella fascia dal cosiddetto clima temperato…beh, personalmente penso che alcuni concetti di geografia andrebbero rivisti. Dopo un’estate che ha alternato allarmi per crisi di caldo africano a notizie di disastri dovuti a piogge torrenziali, non credo sia tanto peregrina l’idea che ormai il nostro clima stia diventando sempre più di tipo tropicale. E Settembre, l’avete visto?! Un mese che adoro da sempre, per quell’atmosfera fantastica che unisce la dolcezza della natura in maturazione con le temperature più gradevoli, per quei giorni in cui il sole regala tramonti migliori, per quell’immalinconirsi della luce e l’evidenziarsi delle ombre…beh, quest’anno è stato un brusco salto da una calura asfissiante da agosto matto, che ha fatto soffrire non poco gli alunni già tornati nelle loro classi, al freddo susseguirsi di piogge infinite e temporali violenti da novembre inoltrato: un giorno dormivo con a malapena un lenzuolo e quello successivo plaid e trapuntine non bastavano a scaldarmi. Vi pare normale un Settembre simile?

Ma di cosa ci stupiamo, in fondo? Direi che ce lo siamo anche meritato, questo bel casino! Ci sono già stati cambiamenti irreversibili e anziché preoccuparci di tamponarli, di rallentare questa corsa verso l’autodistruzione, acceleriamo ancor di più il processo, dimostrando così una letale miopia che ci lascia guardare solo al (piccolo) vantaggio immediato. Mai un passo indietro, mai un mea culpa che porti a rivedere le proprie abitudini sbagliate, senza aspettare che siano le alte sfere a muoversi in controtendenza. Intanto ci scaviamo la fossa con allegria suicida e guai a chi dovesse farci notare quale bel futuro si profili all’orizzonte! Una lunga sfilza di simpatici epiteti attende gli uccelli del malaugurio che osino parlare di disastri annunciati, di catastrofi di cui portiamo intera la responsabilità…sono tutti Cassandra. Destinati come lei a non essere creduti, se non decisamente irrisi. Si sa, so’ gomblottisti!!!
La cosa peggiore di questi teorici del complotto però è che hanno la tendenza a parlare e parlare e parlare, sempre con la recondita speranza di risvegliare la consapevolezza di qualcun altro, di riuscire a fare la differenza, anche solo per una persona.

Mentre ero in Austria, cominciai ad osservare meglio il cielo, sentendomi però abbastanza sicura che sulle montagne degli Alti Tauri ci fosse ben poco da manipolare e che quindi non avrei notato nulla di irregolare. E invece scoprii che perfino lassù comparivano strane scie: iniziai a fotografare col mio cellulare nuvole “coi buchi” o aloni iridescenti in un cielo terso, pensando di accumulare “materiale probatorio” (teh, ecco a voi la ecogiornalista d’assalto!). Tornata in Italia, raccontai anche a mia madre delle scie chimiche e di come si potessero identificare; mentre andavamo in giro insieme le facevo notare le forme “artificiose”, gli spigoli, i buchi, il modo strano in cui una nuvoletta si “sfilacciava”; le mostrai anche alcune foto prese dal web, per renderla più autonoma nel notare dettagli “sbagliati”, e lei fece come suo solito. Come aveva fatto anche quando, diciottenne, ero rimasta così “toccata” da una canzone di Vecchioni da fargliela sentire piena di aspettative, pensando di poter suscitare in lei le stesse emozioni che avevo provato io: lei aveva ‘subìto’ la mia proposta e poi aveva tagliato corto “sì, vabbe’, brava, ma ora devo pulire gli spinaci.”

Mai ‘na gioia, oh…ma tanto si sa, nemo propheta in patria.

sabato 18 settembre 2010

La nostra scuola è uno scandalo, senza se e senza ma!

Anzi, mi correggo. Non è il sistema scolastico italiano ad essere scandaloso (anzi, so per esperienza personale che "passa le bambole" a quello in vigore in vari paesi del Centro Europa), ma il modo in cui viene organizzato e gestito. Neanche Kafka si sarebbe inventato una situazione così estrema....


mercoledì 10 marzo 2010

PER UN PUGNO DE CHE?!?

Non per fare un dispetto personale a Baol e neanche per stabilire un nuovo record di post da me pubblicati nell'arco di due giorni...ma DEVO scrivere un post, rapido e breve, su una cosa che mi preme abbastanza.
Premetto che, al momento, non ho un televisore qui a Roma e che quindi non traggo (teoricamente) alcun vantaggio dall'una o l'altra scelta. Comunque ecco i fatti:

VOGLIONO CHIUDERE "PER UN PUGNO DI LIBRI".

Beh, naturalmente non sono d'accordo e credo non ci sia nè bisogno di dirlo (anche se per sicurezza l'ho detto), nè tantomeno di spiegarne il perché. Se volete contribuire a impedire che si tolga l'unico programma di Mamma Rai specificamente dedicato ai libri, un gioco per ragazzi a cui possono partecipare i grandi, una trasmissione serena e divertente in cui imparare qualcosa che potremmo ignorare e da cui trarre spunto per nuove letture o, più semplicemente, stimoli per la nostra intelligenza, firmate la petizione on line che troverete qui:

http://www.petizionionline.it/petizione/salviamo-la-trasmissione-per-un-pugno-di-libri-rai3/860

(Io l'ho fatto. Se proprio vi serve aiuto, chiamatemi e metterò io la crocetta per voi. ;-p)

lunedì 8 marzo 2010

Un cavallo per il mio regno! (ovvero un'idea vecchia di millenni per risollevare una repubblica)

L'idea mi è venuta così, mentre chiacchieravo con un mio amico.
Conoscete Lisistrata, la commedia di Aristofane?


Secondo voi, una cosa del genere potrebbe salvare l'Italia, considerando la generale mignottocrazia vigente?!?!


martedì 16 febbraio 2010

Pensiero prima di chiudere gli occhi

People should not be afraid of their governments.
Governments should be afraid of their people.
(V for Vendetta)

domenica 14 febbraio 2010

Dal passato


Non è una cosa nuova. Intendo dire questo post.
Stasera stavo cercando nel mio Spaces Live (un'applicazione di Messenger che utilizzavo prima di iscrivermi all'ubiquitoso Faccialibro) una battuta di Scrubs che vi avevo postato anni fa...e mi sono ritrovata a rileggere un intervento che avevo scritto, sull'ondata emotiva di un fatto di cronaca di quei giorni. Ricordo ancora che avevo chiesto alla Choppa che cosa ne pensasse. Ero in Austria, all'epoca, nel periodo in cui avevo appena scoperto cos'era un blog e ne leggevo assiduamente alcuni, anche se non ne avevo ancora uno mio. [Come capirete da certi accenni, era anche periodo di elezioni.]
Rileggendo questo post, oggi come allora, mi ha colpito il modo in cui si concludeva questa vicenda. Eccolo.



Sono sconvolta...

E non sono parole retoriche.
Tra le notizie trovate on line, accanto al mazzolin-di-margherite che un bimbo aveva casualmente lì, pronto per regalarlo al Ber-lu-ska, e alla matita mancante per il voto di Walter Texas Ranger (a proposito: ma che sensazione si prova a votare per se stessi in una cabina elettorale?!? Sono domande che mi porto dietro dai tempi delle elezioni dei rappresentanti di classe, in IV ginnasio...quindi un bel po' di eoni fa!) -
dicevo: tra queste notizie amene e tutto sommato assolutamente innocue, mi ha colpito come uno schiaffo in faccia il progetto di due "artiste".
Un progetto magari non propriamente artistico ma caratterizzato da un nucleo pacifico e luminoso.
Due ragazze italiane vestite da sposa - già, proprio così! - e senza alcun ricambio. In viaggio per l'Europa e parte del Medio Oriente. Ognuna per conto suo, da sole. In autostop.
Una dietro l'altra, messe vicine come tessere di un puzzle, queste frasi danno l'idea della vitalità e della leggerezza di questo viaggio senza bagaglio, e insieme l'idea di un assurdo entusiasmo ed una serena incoscienza.
Il desiderio di incontrare popoli, culture, persone, di recare un messaggio di candore e semplicità, di cercare di conoscere la vita e la sorpresa continua che ne costituisce l'essenza, un'essenza meravigliosa e sfuggente come un profumo...o un sorriso.
Lo riconosco: per me, questo progetto, questa "opera d'arte in divenire" che sarebbero diventati i due vestiti da sposa al termine del viaggio...non è arte. Per me, no.
Ma riconosco anche che questo progetto, pur non essendo arte, tocca profondamente la mia persona - e credo molte altre - per l'idea avventata che ne è alla base e che ne è la meta. Un' idea un po' folle ma stupenda: lasciare che il mondo lasci un segno su un abito, che lo consumi, lo sporchi, lo strappi, lo lavi, lo ricami, ne cambi la forma, lo renda vecchio e nuovo nello stesso tempo. E che altrettanto avvenga su chi lo indossa.
Amo viaggiare. Amo la semplicità stessa in cui risiede l'istinto del viaggio. Che è un istinto bambino di vedere, annusare, toccare qualcosa di nuovo e, molto spesso, di completamente ignoto. E amo la disponibilità d'animo in cui si pone il viaggiatore al momento della partenza.
Questo abito da sposa e soprattutto questa donna vestita da sposa sono in strada per raccontare un abbraccio tra i popoli del Mediterraneo, per trovare un filo che leghi il passato e il futuro di persone che magari si ignorano, magari si odiano, magari...magari possono anche conoscersi. O chissà, addirittura amarsi.

Un viaggio come questo richiede però tanta incoscienza, tanto entusiasmo cieco, tanta fiducia nel genere umano. Che spesso non la merita affatto. Che non merita neanche che ci siano persone che nutrano questa immeritata fede nel prossimo.
Pippa Bacca, che è il nome d'arte di una di queste due giovani viaggiatrici messaggere di tutto e di niente, è stata assassinata.
Il motivo dell'omicidio non è ancora stato appurato o reso noto tramite agenzie di stampa. E forse non conta poi molto scoprirlo. Come dice il proverbio? "A pensar male degli altri si fa peccato, ma spesso si indovina"... Ognuno di noi può trovare da sè un movente plausibile per la sua morte, abbiamo abbastanza fantasia da riuscire a pensar male con facilità.
Ma non credo che abbiamo fantasia sufficiente a pensar bene. Che, in fondo, è proprio quello che hanno fatto queste due ragazze: PENSARE BENE. Confidare nell'uomo, diceva la ragazza uccisa, che "come un piccolo dio premia chi ha fede in lui."

Ero indecisa su quale tag dare a questo post: ho pensato che rientrasse in "politica e notizie"...ma, a ben guardare, questo sarebbe stato equivocare le intenzioni di queste artiste, che cercavano semplicemente di viaggiare.
Hanno ragione quelli che commentano: "Ma se è un suicidio per una ragazza accettare un passaggio di sera a Roma, figuriamoci in Turchia!" oppure "Una donna rischia sempre e dovunque...viaggiare da sola, per di più in autostop..." o ancora "Non sto certo giustificando il fatto che una ragazza che viaggia da sola possa fare una così brutta fine, ma la realtà purtroppo è questa" ed anche "Se l'è andata a cercare, povera ragazza."
Hanno tutti perfettamente ragione. Se l'è andata a cercare. Senza alcun dubbio. E la famiglia ed il suo ragazzo ora non possono fare altro che piangere per la sua morte, dopo che non hanno neanche tentato di dissuaderla da questo proposito. Io stessa, se avessi avuto una figlia, di 13 o 33 anni, con un simile progetto, quello di attraversare zone colpite dalle guerre e di girare inerme per cercare un filo conduttore, le avrei dato un paio di pizze ben assestate per farla rinsavire, se le mie parole non avessero sortito alcun effetto.

Eppure...

Che amarezza.
Dover smettere di sperare, essere costretti a farlo perché in giro c'è gente che "deve" uccidere una tranquilla ragazza di 33 anni che porta con sé solo un abito da sposa.

Eppure...

Che amarezza.
Aveva ragione Wilde nel dire che "la società perdona spesso il criminale ma non perdona mai il sognatore".

Eppure...

Sul suo blog, qualcuno ha scritto: ...E pur essendo un controsenso, io comincio ad avere fiducia negli altri solo ora.


Shantih shantih shantih.

venerdì 24 luglio 2009

It's a long way to the top (if you wanna rock 'n' roll), yeaaaaahhhh!

Dunque, le cose si sono svolte più o meno così; dopo un breve preambolo di saluti e congratulazioni (la vostra perla qui presente si è laureata, signori e signore!), ecco cosa mi ha chiesto un mio giovane amico che studia viola al liceo musicale della mia città:



V.: Ecco, dicevo, perché non ci mettiamo a fare qualche composizione insieme?
P.: Composizione??? Ahahahahahah, ma mica siamo a Carnevale!!
V.: ....E che c'entra?
P.: Che io mi combino col parruccone per fare Mozart...E tu ti travesti da Paganini!!!
V.: Io parlo di musica.
P.: Pure io.
V.: Seeee....
P.: L'unico modo in cui posso fare musica è travestendomi da musicista! (sono fondamentalmente una persona onesta...)
V.: Ma dai, sul serio!
P.: Mi sembra un'idea bellissima...ma io sarei inutile quanto la polvere sul computer!
V.: E perché? Non ti piace cantare?
P.: Certamente. Anche a te?
V.: No, a me piace orchestrare e scrivere e stare al pc...
P.: E ballare...
P.: E fare gli spogliarelli.... [Chiariamo: il ragazzo studia danza classica e ha organizzato per la festa di diciotto anni di un'amica uno spogliarello simpatico insieme ad altri due ragazzetti. Io che sono vecchia ovviamente sono rimasta stupita...ma è normale amministrazione tra i giovanissimi.]
V.: Non servono manco quelli…
P.: Sicuro? Sai quanto successo di pubblico per Mozart se avesse fatto uno spogliarello, oltre che suonare? ;)
V.: Perché non fai la seria per un momento? (-> bella domanda...)
P.: Ah, ok…
V.: Ecco…
P.: Mi bacchetta pure un minorenne…
V.: Allora ti piacerebbe?
P.: Yessss! Adesso ho venduto l’anima al diavolo?
V.: (minorenne ancora per poco)
P.: Ahahahahhah, minorato...ancora non si sa! (->ebbene sì, dire sciocchezze è più forte di me!)
V.: No, l’hai venduta a me (è un po’ peggio)
P.: Mmmm, niente trilli del diavolo per me…Dimmi di che si tratta, mi hai incuriosita!
V: Niente, iniziamo a fare cover, poi, se andiamo bene, possiamo scrivere noi qualcosa. (hai detto cotica, come direbbero dalle mie parti)
P.: Noi = tu. Ok. (l'importante è mettere le cose in chiaro, no?)
V.: Nono, insieme.
P.: Ma non so manco se sono in grado di farlo…a parte comporre, che sono uno zero assoluto come quel duo di Sanremo…ma anche cantare…cioè, cantare cosa?
V.: Se non lo sai, scoprilo, provaci.
P.: V., tu sei un violista, tieni in mano violini, archetti e tricchettracche, pianoforti perfino da quando eri un pupo senza barba…
P.: E tu il microfono!
P.: Ma de che! Canto da quando sono bambina, questo sì, ma non ho studiato, non conosco la musica come te o Matteo o Noemi o anche tua sorella… (non è modestia, chiariamo. Solo coscienza dei propri limiti.)
V.: Impari. Non ti piacerebbe?
P.: Eccerto! Pare facile…
V.: Allora è fatta. Niente è facile perciò…
P.: Mi ci vedi a fare lezione con Luciani? (*prof di armonia di V.) Quello comincia a strapparsi i capelli! :D
V.: No, fai lezione con me. Io non mi strappo niente (a parte i vestiti, ahahahahah!)
P.: No, mi sa che strappi i capelli a me! Allora senti, baldo giovane. Aspetta che mo’ parlo io: tu sei carino, simpatico, mi sembri buono e sensibile, non so i tuoi voti o risultati musicali ma sospetto che siano buoni, quindi mi fa molto piacere “lavorare” con te (che parolone! Sudo alla sola idea di lavoro!) però ho il presentimento che rimarrai deluso, tutto qua. Non sai come canto, non sai che non so una ceppa di musica…
V.: Finito? Ok, allora…
P.: Quasi. Oh, aspetta. E non so nemmeno che genere di musica ti piace e cosa vuoi fare, cosa hai esattamente in testa. Finito!
V.: Hihihi! Si comincia sempre così, non ti preoccupare, non è un problema.
P.: Con le figure di m…a? (è di questo che stiamo parlando, no?)
V.: Certo! (ah, ecco, beh, adesso che lo so...)
P.: Ah, ecco perché lo dici a me! Ora è tutto chiaro!
V.: Se non le hai mai fatte, vuol dire che non ti sei mai spinta oltre le tue possibilità. (questo è un punto di vista, mio caro, non un dato di fatto!)
P.: Vuol dire che ho il senso del ridicolo, nonché quello del pudore! (poscia, poiché più che il pudor potè la curiosità...) Dimmi il genere almeno!
V.: Qualsiasi, tranne il rock e il metal.

P.: NIENTE ROCK??? (ohè, bimbo, non scherziamo! Toglietemi tutto ma non il mio rock!)

V.: Tu che senti di solito?
P.: Rock e metal! :D Di tutto, inclusi rock e metal.
V.: SCHERZI???? (non capisco l'incredulità del pischello...sta parlando con la Janis Joplin del terzo millennio...)
P.: No. Non sono una supermetallara ma mi piace molto il prog, qualcosa del power…
V.: Sono appena uscito da un’esperienza col rock…e allora lavoriamo anche su quello. (grazie della concessione...aaahhh, questi ccciovani....)

Poi seguono chiacchiere che non è il caso di riportare qui, tranne una frase, che forse può servire a dare un'idea adeguata dei miei gusti musicali (com'era nelle intenzioni della sottoscritta quando l'ha pronunciata) ma anche della megalomania da cui sono afflitta; proprio al momento di salutarci, ho tenuto a mettere in chiaro le cose:

"Oh, per capirci: io sono tipo Pink Floyd e Led Zeppelin." (e scusate se è poco!)

*: un caloroso ringraziamento va al caro Baol per la sua costanza. Si è guadagnato di diritto il Premio Fedeltà 2009!!! ;D

sabato 6 giugno 2009

Farina di altri sacchi: 9 cose che odio nel mio prossimo!

Visto che i miei lettori sono tutti poliglotti,non sprecherò le mie energie in una traduzione. Già ho troppo da fare con la tesi...però mi andava di dividere queste piccole perle con voi e magari strapparvi un sorriso! (faccino angelico mode on) Perché io vi voglio bene... (f.a. mode off)

9 Things I Hate About Everyone

1. People who point at their wrist asking for the time... I know where my watch is pal, where the hell is yours? Do I point at my crotch when I ask where the toilet is?

(Con una frase del genere, smonterete qualsiasi tipo decida di provarci con voi, giovani pulzelle d'Orleans. E' la mia preferita!!)

2. People who are willing to get off their a** to search the entire room for the TV remote because they refuse to walk to the TV and change the channel manually.

(Questo a casa mia non succede...preferiamo rimanere davanti al televisore senza cambiare canale piuttosto che alzarci! Siamo gente seria, noi!)

3. When people say "Oh you just want to have your cake and eat it too". Damn Right! What good is cake if you can't eat it?

4. When people say "it's always the last place you look". Of course it is. Why the hell would you keep looking after you've found it? Do people do this? Who and where are they?

5. When people say while watching a film, "did ya see that?" No Loser, I paid $12 to come to the cinema and stare at the damn floor!

(Anche questa funziona egregiamente per smarcarsi da abbordatori indesiderati.)

6. People who ask "Can I ask you a question?"... Didn't give me a choice there, did ya sunshine?

(Mi duole ammetterlo...ma ho a volte io stessa questo modo di avviare un discorso...mi batto il petto e mi strappo le vesti in segno di pentimento!)

7. When something is 'new and improved'. Which is it? If it's new, then there has never been anything before it. If it's an improvement, then there must have been something before it, couldn't be new.

8. When people say "life is short". What the hell??? Life is the longest damn thing anyone ever does!!! What can you do that's longer?

(Non fa una grinza, eh.)

9. When you are waiting for the bus and someone asks "Has the bus come yet?" If the bus came, would I be standing here???

sabato 16 maggio 2009

Come si dice a Roma, una presa a male...

In questi ultimi giorni, ho sperimentato morti e risurrezioni in rapida successione. Mi sento più confusa di Battiato, quando cercava un centro di gravità permanente...E dalla scorsa domenica, di tanto in tanto, si riaffaccia questo senso di spossatezza e di incapacità a stare "davvero" a contatto con gli altri; le parole con cui ho cercato faticosamente di spiegare, a mio fratello o a mia zia, il motivo per cui non mi ero presentata al pranzo organizzato per la scorsa settimana sono state alla fine quelle di Ungaretti, nella poesia "Natale". E quindi le metto qui, una sorta di biglietto di scuse che chissà come, chissà quando, chissà se qualcuno potrà trovare.


Non ho voglia
di tuffarmi
in un gomitolo
di strade

Ho tanta
stanchezza
sulle spalle

Lasciatemi così
come una
cosa
posata
in un
angolo
e dimenticata

Qui
non si sente
altro
che il caldo buono

Sto
con le quattro
capriole
di fumo
del focolare

venerdì 10 aprile 2009

La frase della sera

Every day leaves me one less to my last.
(Dream Theater - Pull Me Under)

venerdì 9 gennaio 2009

Listen, son - said the man with gun - there's room for you inside...

Sto provando da un po' a postare questo video; ho seguito tutte le indicazioni di Sturm und Drang...ma o il caricamento non funziona più in quel modo, o sono decisamente incapace con social network, tecnologia e affini...speriamo non sia la seconda...

Si tratta di un brano arcinoto, uno dei migliori dell'album, a mio parere.

Basta così, non ho molto altro da aggiungere. Questo 2009 è partito in chiave minore, posso solo augurarmi che il mio aereo si decida a decollare presto...

Un anno in chiave maggiore a tutti voi, miei pulcherrimi lettori!

http://it.youtube.com/watch?v=iJJJ7ec1eAo

domenica 30 novembre 2008

Post a buffo teik tciù

Beh, sulla falsa riga del post a buffo precedente, vorrei rendere partecipe il mio fedelissimo popolo di tredici lettori (ah, uno è morto per sopraggiunta anzianità tra un mio post e l'altro?!? Amen, dodici...meglio così, dicono che tredici porta male!) delle prodezze linguistiche di cui è capace l'indomito popolo abruzzese. Nella fattispecie, alcune eroiche fanciulline di una scuola di Teramo, capaci di ridare nuovo vigore ed entusiasmo ad un banale test di grammatica inglese. (Mia zia ha l'onore - ma anche l'onere - di cercare di inculcare alcuni concetti particolarmente complessi a queste menti sfuggite chissà come alle ricerche del Mensa...ma robe difficili assai, come dimostrano le righe seguenti.)
Davanti ad un indecifrabile foglio che chiedeva...ma che dico, esigeva...ma che dico, pretendeva...
di indicare il passato remoto e il relativo significato dei seguenti insoliti ed astrusi verbi:

to be
to have
to read
to write
to eat
to drink
to wake
to get up
to speak
to take
to put

le fanciulline hanno partorito:

to be I beed
to have I haved (chiaro, no?)
to heat I heated (l'h è una licenza poetica...ma il significato rimane mangiare -secondo loro)
to write I writed
to drink I drinked
to wake I weaked (licenza, licenza poetica, direbbe Palazzeschi)
to get up I getted up
to take I tacken (Io due tacos!)
to speack[sic] I speacked (verbo molto specializzato: si usa per ordinare lo speck, sennò gli addetti al banco non ti si filano...come nella pubblicità)
to put I puted (alcune hanno rinunciato a riempire lo spazio perché suonava volgare; invece, in un test particolarmente "geniale", questo è stato l'unico verbo esatto [1/16]: la pulzella ha scritto "put"...e ha lasciato dello spazio bianco per aggiungere la desinenza -ed come a tutti i verbi irregolari del test...ma se n'è dimenticata. Stava per fare un cappotto completo!)
to read I road (e qui colpo apoplettico della Regina Elisabetta...)

Meditate, gente, anzi...thinkate!

domenica 28 settembre 2008

When The Revolution Comes

Ispirata dal buon esempio dell'amica Choppa (vorrei mettere il link a questo nome, ma non ho la più pallida idea di come si possa realizzare questo prodigio tecnologico, perciò...cercatela nel mio minuscolo elenco di blog in basso a sinistra, tenkiu supermuch), ho deciso di postare un tentativo di traduzione di una canzone ascoltata anni e anni fa (quattro, a occhio e croce), quando, ignara e tremante studentessa Erasmus a Galway, seguivo le lezioni di sociologia della cultura.
Una minuscola prof dagli occhi a mandorla e gli occhialini che le scivolavano sempre lungo il naso (su di lei ci sarebbero da scrivere dei libri) teneva delle bellissime lezioni su Arnold, Gramsci, Baudrillard e altri amici loro, che nei secoli si erano dedicati all'analisi dei rapporti tra cultura e società ed altre consimili amenità. Un pomeriggio, ci fece ascoltare proprio questa canzone, ormai non ricordo più a che proposito. Qualche settimana fa sono riuscita a trovarla in rete e riascoltarla mi ha fatto nascere il desiderio di abbozzarne una traduzione. E di proporvela in originale. Buon ascolto...e buona lettura! ;))

Quando arriverà la rivoluzione,
alcuni di noi probabilmente
riusciranno a vederla in tv
con una coscia di pollo in mano.
E saprete che è arrivata la rivoluzione
perché non andrà in onda
nemmeno una pubblicità.


Quando arriverà la rivoluzione,
pastori e reverendi verseranno
sulla situazione il vino santo
che portano nella tasca dei pantaloni.
Le canne allora non saranno più così divertenti
e tutti i tossici lasceranno le loro dosi per svegliarsi,
quando arriverà la rivoluzione.

Quando arriverà la rivoluzione,
treni carichi di poliziotti
saranno sfasciati dai treni,
non appena armeranno le loro pistole,
ed il sangue scorrerà per le strade, le nostre,
e sommergerà tutto quello che non ha sostanza,
quando arriverà la rivoluzione.

[...]

Quando arriverà la rivoluzione,
pistole e fucili prenderanno il posto
di poesie e saggi di letteratura,
i sostenitori della cultura nera
si faranno avanti e forniranno
cibo ed armi ai rivoluzionari,
quando arriverà la rivoluzione.

Quando arriverà la rivoluzione,
diavoli bianchi (?) combatteranno
le parole dei musei e delle chiese
spezzando la bugia
che ridusse in schiavitù le nostre madri,
quando la rivoluzione arriverà.

Quando arriverà la rivoluzione,
Gesù Cristo sarà lì, in piedi,
all'angolo tra Lennox Avenue e la 125esima

cercando di prendere gli zingari
che verranno da Harlem.

[...]

Quando arriverà la rivoluzione,
noi capelli-afro staremo a lisciarceli
e quelli coi capelli lisci staranno a cercare di farseli afro,
quando la rivoluzione arriverà,
quando la rivoluzione arriverà!

Ma fino ad allora,
lo sai tu
e lo so io:
i neri staranno a
far festa
e stronzate
e festa
e stronzate
e festa
e stronzate
e festa e stronzate e festa...


Alcuni potrebbero perfino morire,

prima che arrivi la rivoluzione.





P.S.: non sono riuscita a reperire da nessuna parte il testo ufficiale della canzone. Per questo motivo, ho preferito saltare le strofe di cui non riuscivo a comprendere con precisione le parole; qua e là, nonostante non le capissi, sono riuscita ad afferrare il senso e a tentare la traduzione. Se qualcuno le conoscesse, sarei felice se me le comunicasse. E sarei altrettanto felice se qualcuno mi spiegasse come inserire un video di Youtube sul blog, anzichè dovermi limitare a trascrivere l'URL...Una volta ci sono riuscita, ma è stato solo un caso...aehm....

lunedì 8 settembre 2008

martedì 29 luglio 2008

I puntini sulle i


Riporto un articolo importante per le femminucce (e per i maschietti dotati di curiosità, sensibilità e intelligenza...e soprattutto di macchina fotografica). Non è che siamo paranoiche, è che ci hanno disegnate così (cioè paranoiche)...




(incipit l'articolo: non so come si mettono i link, quindi accattatevillo!)


«Ma sono veramente così?» Quante volte l'avete detto durante la vacanza rivedendo le foto nella macchina digitale («Cancella, cancella, cancella!») o le stampe appena ritirate dal fotografo? Non siete le sole.


Sono tantissime le donne a cui non piace vedersi in foto. Del resto basta vedere quelle che avete scattato: figli, nipoti, cani, gatti, paesaggi, amici, monumenti... ma quante sono quelle in cui ci siete solamente voi?


Con qualche chilo di troppo, con le occhiaie, con rughe o borse sotto gli occhi che neppure pensavate di avere così vistose: e via col fotoricco. Online sono ormai tanti i siti che per una manciata di soldi promettono di togliere l'effetto occhi rossi, donare una pelle di pesca e senza macchie, denti bianchissimi.


Linda Papadopoulos, una psicologa statunitense che ha lavorato alla trasmissione del Grande Fratello dice: «Noi donne tendiamo a odiare le foto di noi stesse più degli uomini perché siamo incoraggiate a credere di valere per come appariamo(*). La maggior parte di noi si fa problemi di aspetto. Una fotografia è peggio di uno specchio, perché siamo messe a fuoco in un modo diverso. Davanti a uno specchio possiamo allontanarci, spostare i capelli e cambiare posa. Ma in una fotografia non possiamo». Inoltre, sostiene la Papadopoulos, guardando una fotografia si tende a rivivere le stesse sensazioni di quando è stata scattata: «Se non vi stavate divertendo sarà difficile che vi sentiate bene riguardandovi».


David Lewis, psicologo esperto in percezione del corpo, sostiene che si possono distinguere tre tipi di immagine di noi stessi: una reale di come pensiamo di essere, una di come crediamo gli altri ci vedano e infine una ideale, che corrisponde a come vorremmo essere. «Il livello di gradimento delle fotografie che ci ritraggono dipende da quanto si avvicinano all'immagine ideale, non a quella reale. Così quella fatta con la giusta luce e angolazione, che dà un'immagine di noi più vicina all'ideale, sarà anche conservata più facilmente».


Un tempo, molto tempo fa, le persone tendevano a confrontarsi con parenti e vicini, dice ancora Linda Papadopoulos, «ma oggi lo facciamo con chi troviamo sulle riviste o sul grande schermo. Di solito si tratta di persone che, oltre a essere tra le più belle, sono al massimo dello splendore della giovinezza o della salute, oltre a essere curate da stilisti, parrucchieri e truccatori». Ma una buona notizia c'è: «Le fotografie non sono affatto rappresentative di come siamo in realtà. Sono solo la riproduzione di un momento statico. Le persone non sono mai così come in foto e il nostro modo di muoversi influisce. Da molti studi si è visto che dal vivo si ha sempre un aspetto migliore, anche perché riescono a emergere le qualità del carattere».

(exit)


(*): questa è la chiave di tutto! Ragazze, massiccie e incazzate! Ribelliamoci a 'sto modo di vedere e di vederci...che ammetto essere anche mio...Lo so da anni ma ancora non ne vengo fuori: forse se ne esce solo tutte insieme...

Nota: resta comunque da notare il tono consolatorio e ancora una volta "maschilista" dell'articolo. "Donne, non rimaneteci male se non siete belle come altre...in fondo, il vostro carattere viene fuori, nella vita di tutti i giorni..." Bastardi psicologi. Il vero invito doveva essere: fregatevene di far decidere a milioni di uomini impotenti, con la pancetta, spelacchiati, pieni di brufoli e doppio mento che voi dovete essere fighe per poter vivere normalmente. Siete belle più voi che quelle che si sottopongono a truccatori, parruccatori, massaggiatori, allenatori, chirurgatori e trasformatori vari...e siete anche più libere.
Il problema è rendersi conto che sta a noi aprire questa gabbia...il problema è riuscire ad aprire la gabbia, quando intorno tutti spingono la porta per richiuderla. Che se ne rendano conto o meno.

E che nessuna sciacquetta si azzardi ad aggiungere: perché voi valete. Grrrrrrr.

martedì 8 luglio 2008

Back from the U.S.S.R. (si fa per dire!)


Fanciullini e fanciulline, superfanciulloni e/o fannulloni come me,
I'M BACKKKKKKKK!!!

Giusto il tempo di dirvi che sono in Italì: sì, sì, proprio così...e non dovrei espatriare prima di fine agosto - ma non vi preoccupate di questa eventualità, è alquanto remota...e poi, siamo ancora a luglio!
Mentre dispenso bacetti virtuali di benritrovati, vi regalo una canzone che ascolto proprio in questo momento e che esprime bene il buonumore e la fiduciosa speranza che al momento offuscano le mie circonvoluzioni cerebellari...tutta colpa di queste belle vacanze!!!

La dedico soprattutto alle due belle donnine che si sono occupate della sottoscritta in ogni modo, anche quelli impossibili ed inimmaginabili per le nostre menti ordinarie... Grazie, dal profondo, per ogni giorno e minuto trascorso insieme, per i sorrisi da esportazione e per l'energia che mi avete fatto arrivare.

Vi vojo bene bene bene. Questa è per voi, E&F...


Here's a little song I wrote,

you might want to sing it note for note,

don't worry, be happy


in every life we have some trouble,

when you worry you make it double

don't worry, be happy

don't worry, be happy now


ain't got no place to lay your head,

somebody came and took your bed,

don't worry, be happy


the landlord say your rent is late,

he may have to litagate,

don't worry (laugh) be happy,


look at me I'm happy,

don't worry, be happy


I give you my phone number,

when you're worried, call me,

I make you happy

don't worry, be happy


ain't got no cash, ain't got no style,

ain't got no gal to make you smile

but don't worry, be happy


cos when you worry, your face will frown,

and that will bring everybody down,

so don't worry, be happy

don't worry, be happy now...


Now there is this song I wrote

I hope you learned it note for note

like good little children

don't worry be happy

listen to what I say


In your life expect some trouble

when you worry, you make it double

don't worry, be happy

don't worry, don't worry,

don't do it,be happy,


put a smile on your face,

don't bring everybody down like this

don't worry, it will soon pass whatever it is,

don't worry, be happy,


I'm not worried...


P.S.: il semino crescerà, mie belle...Un bacione ed una vita fantastica a tutte e due! Ed il mio grazie...


sabato 7 giugno 2008

From me to you

Tutto il lavoro di questi giorni, l'assegnazione di un posto e di un'importanza a tutte le cose che hanno composto il mio microcosmo qui a Saalfelden nel corso di 3 stagioni, l'impacchettamento frenetico di 8 mesi della mia esistenza...mi hanno fatto riflettere un pochino sulla vita.

Niente dialoghi sopra i massimi sistemi, questo no, e nemmeno interrogativi sul senso della vita...Solo dei pensieri che mi sembra abbiano attraversato per la prima volta il mio cervello, almeno in forma cosciente.
Ma più che di pensieri, forse si è trattato solo di una sensazione netta: quella che ho provato nel realizzare il "volume", lo spazio che ogni essere umano occupa sulla faccia della Terra: lui ed i suoi oggetti.


Ho spedito più di 100 kg di roba a casa! E mi domando dove potranno trovare posto, soprattutto in una magione già sovraffollata di cianfrusaglie come la nostra...
100 kg. Una quantità da supermercato. Ed ho ancora un bel po' di cose che porterò a dorso di mulo (leggasi mulo come "la sottoscritta"...anche se forse il termine che mi descrive meglio è somara), il trolley, lo zaino col computer e un po' di scartoffie, una borsa a tracolla, un'altra borsa, le mie bellissime orchidee...Non sforzatevi ad immaginare quale possa essere la mia mise con tutti questi contenitori addosso: con ogni probabilità, nel giro di due giorni troverete in rete qualche foto postata da chi si sarà divertito a riprendermi come un fenomeno da baraccone...Venghino, signore e signori, la favolosa donna-carriola direttamente dalle nevi degli Alti Tauri!!! :-)))

Eppure questa donna minuscola è riuscita ad accumulare tante di quelle "masserizie", come le abbiamo soprannominate io ed Elettra, che sarebbero bastate per un intero villaggio di emigranti...E, se vado avanti di questo passo, rischio davvero che siano l'unica cosa che lascerò ai posteri (oltre alle pagine di questo blog ancora traballante e ad uno sbiaditissimo ricordo nelle menti dei miei ex-allievi, se proprio sono fortunata).

Un inutile mucchio di oggetti. Che lasciavano il loro armadio, scaffale, scrivania per finire inghiottiti nei buchi neri degli scatoloni crucchi.
E la mia domanda spontanea è stata: ma c'è altro nella mia vita, oltre a questi oggetti? C'è qualcosa che gira per il mondo e mi rappresenta, proviene da me, occupa un posto ed uno spazio?

La risposta è no. Non ho ancora creato una musica, cantato dei versi, scritto un libro...Non ho ancora dato vita a nulla.
Oddio, c'è qualche poesiola scritta su un quadernino che risale alle elementari e all'inizio delle scuola medie...ce ne dovrebbe essere qualcun'altra su un'agendina che invece data ai tempi del liceo...esisteranno i miei temi o delle tesine scritte per corsi e seminari vari...tutte cose però che non vedranno la luce del sole...se non hanno già incontrato il loro ultimo giorno in qualche luogo per il macero.
Credo che una parola possieda valore nel momento stesso in cui viene pensata e scritta....

A word is dead
when it is said,
some say.

I say
it just begins to live
that day.

Mi pare che la poesia di Emily dicesse proprio queste parole...non ricordo con esattezza se la versificazione fosse questa, non me ne vogliate in caso di errore.

Ma d'altra parte, credo che in questo caso vada applicata una "verità sulla verità" di...Voltaire (??). [Oggi è la giornata delle citazioni famose, a quanto pare; se poi sbaglio qualche virgola, o le attribuisco alle persone sbagliate, chiedo venia.]

"Non è abbastanza per la verità essere vera. La verità deve essere detta."

E' uno dei princìpi a cui impronto la mia vita. Se qualcuno tra voi lettori di queste righe mi conosce, sa (probabilmente per esperienza personale pagata a caro prezzo) che "io devo sempre dire la verità". Anche se nel 90% dei casi
a) non mi viene richiesta;
b) serve solo a darmi la zappa sui piedi e/o ad indisporre le persone nei miei confronti;
c) la reazione che ottengo è quella delle tre scimmiette, che non vedono-non sentono-non parlano, o quella degli struzzi che non perdono neanche il tempo a togliere la testa dalla sabbia, per poi rinfilarcela a tempo di record. (Della serie "tanto, me stanco e basta!")

Ma tanto faccio spallucce e continuo a dire quello che penso, pure se la cosa comporta non pochi fraintendimenti e musi lunghi anche da parte di persone a cui tengo.

Credo che il discorso sulla verità possa essere applicato anche alle parole in generale. E all'arte.
Si ha un bel dire che "si scrive innanzitutto per se stessi" (si può a proprio gusto sostituire il termine scrive con canta, suona, compone, dipinge, scolpisce, filma, recita, fotografa e con altri verbi che al momento mi sfuggono).
Per quanto mi riguarda, è vero ed è anche essenziale il fatto che si tratti di un impulso di matrice fondamentalmente egoistica. Da pseudo-cantante quale sono, lo so benissimo che canto perchè mi piace farlo (e mi piace fisicamente), perchè mi porta altrove, perchè mi fa stare bene, perchè mi permette di esprimermi, perchè mi fa vivere emozioni diverse, perchè mi induce al movimento, perchè mi fa sorridere, perchè mi sembra che rivesta di colori più lucenti la realtà che ho intorno.... Avete notato quanti "mi" ci sono nelle ultime 5 righe??? :-DDD
Ben venga che ci siano queste motivazioni, o altre ancora, sempre rigorosamente auto-referenziali, a spingere qualcuno ad esprimersi.

Se l'origine dell'impulso è questa, non lo è però la destinazione, la realizzazione della spinta iniziale.
Perché nessuno scrive dei versi per bruciarli o cancellarli subito dopo? Perché tutti cantano per essere ascoltati? Perchè un musicista annota un pezzo che gli viene alla mente?
(Tralascio gli esempi relativi alle arti figurative, perchè di solito tra di loro si trovano meno individui intelligenti.... ;-pppp Mi riferisco al fatto che "tra gli artisti" si annoverano anche individui che "non creano" qualcosa o altri che "distruggono o consumano" quello che hanno creato (con la vistosa eccezione dei fotografi) per dimostrare che bla bla bla bla...Scrittori, musicisti, cantanti, attori e le vistose eccezioni di cui al rigo precedente, invece, hanno ben chiaro il valore di ciò che creano...e questo li rende benemeriti ai miei occhi.)

Quello che cercavo verbosamente di dire qui sopra è che l'arte è comunicazione. E' una modalità di trasmissione. E come tale, richiede l'utilizzo di un codice (quasi) simultaneamente comprensibile da parte di chi trasmette e di chi riceve il messaggio...
E' questa la ragione per cui mai appoggerò i tipi alla Dario Fo (e nemmeno Enzo Jannacci, se è per questo..niente di personale ma, quando l'ho sentito l'anno scorso a teatro, è stata un'immane fatica capire semplicemente cosa stava dicendo....e non per il dialetto milanese...ha sbiascicato come un alcolizzato per la maggior parte del tempo): se vuoi che il mondo non ti comprenda, sei padronissimo di seguire questa direzione. Però poi non romperci l'anima col fatto che la tua sia arte incommensurabile, non alla portata di tutti, scomoda o , con termine brechtiano, "non-gastronomica". Niente alibi per incapacità e mediocrità, plìz.

Si scrive, compone, canta, fotografa, cucina anche e soprattutto per gli altri. Tutto ciò che esce da noi è un modo di entrare in contatto col resto del mondo. Anche il semplice respiro è un nostro "messaggio" che al mondo può piacere o dar fastidio: c'è bisogno di spiegare questo postulato? Basta pensare al vuoto che ti si può creare intorno quando hai l'alito cattivo....o all'odio che ti attiri se sei un russatore incallito. A me personalmente dà fastidio persino una brutta voce (che ce volete fà, c'ho l'orecchio musicale! ;-p) oppure uno che parla tirando il fiato come se avesse l'asma (e magari ce l'ha pure, l'asma...)!!!!

Beh, lo sproloquio termina qui. Tutto è scaturito dal ritrovarmi alla ormai veneranda età di 27 anni (sì, veneranda. Oh, gente: Mozart è passato a miglior vita a 35, Gesù a 33 e John Lennon non mi ricordo...ma pressappoco...)ancora con quel potenziale che all'epoca era sembrato enorme...e che invece, come le montagne di cui parlava Orazio, non ha partorito che un minuscolo topo.


Per questo motivo, vi trasmetto una perla di saggezza, che mi ha fatto nascere un sorriso quando l'ho ricevuta...e che forse potrà ridarvi slancio e decisione nei momenti in cui ne avrete bisogno.
Si tratta della

"Filosofia del barattolo di maionese e delle palline da golf"

Un professore di filosofia si trovava nella sua classe: sulla cattedra c'erano alcuni oggetti. Quando la classe cominciò a far silenzio, il professore prese un grande barattolo di maionese vuoto e lo iniziò a riempire di palline da golf; chiese poi agli studenti se il barattolo fosse pieno e questi risposero che lo era.
Il professore allora prese un barattolo di ghiaia e la rovesciò nel barattolo di maionese, lo scosse leggermente e i sassolini si posizionarono negli spazi vuoti tra le palline da golf. Chiese di nuovo agli studenti se il barattolo fosse pieno e questi concordarono che lo era.
Il professore prese allora una scatola di sabbia e la rovesciò nel barattolo: ovviamente la sabbia si sparse ovunque all'interno. Chiese ancora una volta se il barattolo fosse pieno e gli studenti risposero con un unanime 'sì'.
Il professore estrasse quindi due bicchieri di vino da sotto la cattedra e rovesciò il loro intero contenuto nel barattolo, andando così effettivamente a riempire gli spazi vuoti nella sabbia; gli studenti risero.
"Ora", disse il professore non appena la risata si fu placata, "voglio che consideriate questo barattolo come la vostra vita; le palle da golf sono le cose importanti: la vostra famiglia, i vostri bambini, la vostra salute, i vostri amici e le vostre passioni, le cose per cui, se anche tutto il resto andasse perduto, e solo queste rimanessero, la vostra vita continuerebbe ad essere piena; i sassolini sono le altre cose che hanno importanza come il vostro lavoro, la casa, la macchina... la sabbia è tutto il resto, le piccole cose.
Se voi mettete nel barattolo la sabbia per prima, non ci sarà spazio per la ghiaia e nemmeno per le palle da golf. Lo stesso vale per la vita. Se spendete tutto il vostro tempo e le vostre energie dietro le piccole cose, non avrete più spazio per le cose che sono importanti per voi.
Prestate attenzione alle cose che sono indispensabili per la vostra felicità; giocate con i vostri bambini, godetevi la famiglia e i genitori finché ci sono.... portate il vostro compagno/a fuori a cena... e non solo nelle occasioni importanti ! Tanto ci sarà sempre tempo per pulire la casa o fissare gli appuntamenti.
Prendetevi cura per prima cosa delle palle da golf, le cose che contano davvero. Fissate le priorità... il resto è solo sabbia."

Uno degli studenti alzò la mano e chiese cosa rappresentasse il vino.
Il professore sorrise: 'Sono felice che tu l'abbia chiesto. Serve solo per mostrarvi che, non importa quanto piena possa sembrare la vostra vita, ci sarà sempre spazio per un paio di bicchieri di vino con un amico'.

Condividete questa filosofia con un vostro amico. E magari offritegli un bicchiere di vino! :-)))

lunedì 12 maggio 2008

Storia di una capinera Pt.1

Forse hanno ragione gli altri: probabilmente è arrivato il momento di presentarsi.

Nella nullafacenza più nera di questi giorni primaverili, più accidiosa che mai, mi sto rendendo conto che questo 1° maggio 2008 non si è poi rivelato la grande svolta che aspettavo.
Ma andiamo con ordine, sennò non ci capite niente e gli accidenti che mi state mandando sono più che giustificati...

- Un metro e settanta senza infamia e senza lode, sorriso simpatico e due ancor più simpatiche occhiaie che fanno invidia al testimonial del WWF (non avercela con me, panda, sono tutte naturali, non mi sono rifatta!),
- 27 anni devo dire molto ben portati, se la gente continua a scambiarmi per una che forse non è abbastanza grande per entrare in discoteca,
- confinata al momento nel limbo di “color che son sospesi” tra l'università e quell'affascinante sconosciuto mondo di disoccupazione/precariato/accattonaggio familiare...una inutile e prolissa espressione che traduce la mia misera condizione di tesara esaurita,
- lettrice di italiano all'estero al soldo di una potenza straniera..ma in scadenza di contratto, ahimè,
- in procinto di ritornare tra le mura domestiche, dove non mi sono mai sentita troppo a mio agio e un giorno o l'altro vi spiegherò pure perché..anche se ribadire il fatto che ho 27 anni dovrebbe bastare a chiarire il concetto, per adesso....
- bilingue per nascita: di ascendenza laziale (ma nel senso buono del termine, come mi spiegava un mio amico romanista), trapiantata ancora in tenera età in Abruzzo e ivi cresciuta, ho appreso ben presto la differenza tra l'italiano, lingua ufficiale di casa mia, parlata a scuola, a casa, al catechismo, in piscina, a ginnastica ritmica e dintorni, e la forza centrifuga e dissacrante del dialetto, rappresentata fin dai giorni più lontani dalla presenza eversiva di mia madre.
Ora, non pensate male: mia madre è una maestra, che da decenni continua a raccogliere l'affetto dei suoi scolari e la stima di genitori e colleghi per la sua bravura, ma...bisogna anche ammettere che non è ancora riuscita a pronunciare in modo decente il suono “gli” dacchè la conosco (e ripeto, anche se non ero pienamente cosciente nelle prime fasi dell'esistenza, sono pur sempre ben 27 anni!). Lo pronuncia da romana, “j”...fiji, foji,famija, e via così.
E' inutile, non ce la fa: mi ricordo anche un periodo che a casa ci mettemmo tutti e tre (io, mio padre e mio fratello) a tentare di farle uscire un “gli” fatto bene...uno solo, per toglierci questa soddisfazione...niente da fare: mia madre ha resistito. Ci siamo schiantati come kamikaze inviati da Dante “Osama” Alighieri contro il muro della sua lingua madre, il reatino, una specie di contaminazione tra aquilano (e quindi uso della “u” al posto della “o” e via dicendo) e romano, a cui va aggiunta una particolare accordatura delle corde vocali. Credo si tratti di una posizione della gola e delle corde che permette di raggiungere un volume stratosferico di suono (ed infatti, nel paese di mia nonna, viene usato per chiamare dall'uscio di casa persone che si trovano a qualche chilometro di distanza...è gente che non ha bisogno del telefono, quella che vive in campagna!)...peccato che, oltre al volume, renda la voce estremamente grossolana e alquanto burina, se così posso esprimermi.
Vi consiglio un giretto in quel di Rieti: vi sfido a trovare 5 persone che usino un tono di voce normale per più di tre minuti consecutivi, e senza trovarsi di fronte ad un funerale.
Ah, altra condizione per vincere questa mia sfida personale: queste 5 persone non devono appartenere alla stessa famiglia...sennò è troppo facile! :-D
Nell'attesa che qualcuno raccolga questo guanto di sfida, vi sconsiglio di soggiornare in questa bella città in caso soffriate di mal di testa, emicrania, otite, perforazione del timpano ed altri simpatici disturbi del genere: nei primi casi, finireste per tentare il suicidio dando capocciate al muro, dopo esservi inutilmente attirati le antipatie degli abitanti chiedendo loro di abbassare la voce per N volte; nei casi di problematiche collegate all'apparato uditivo, potreste perfino correre il rischio di diventare famosi...ma solo se siete in grado di scrivere la “Patetica”, sia ben chiaro. (n.d.Ludwig v.Beethoven)
Tralasciando questo discorso che magari può interessarvi...ma magari anche no, riprendiamo quello che riguarda la mia posizione nei confronti del dialetto. Sono stata logicamente abituata ad ascoltare l'italiano, in casa e a scuola, per la maggior parte dell'anno, per poi confrontarmi occasionalmente col dialetto abruzzese (i parenti nella mia città, appunto, ma anche i semplici compagni di classe) e per lunghi periodi con la parlata reatina. E qui devo ringraziare mia nonna Virginia, se ho avuto modo di mettermi alla prova, ancora prima di imparare a camminare, come esperta di lingue: i primi anni di vita trascorsi a Rieti, dove passavo con lei la maggior parte del mio tempo libero (e ne avevo tanto, sapete? Tra gli 0 e i 3 anni pare che la vita ti lasci tempo per giocare a buffo...peccato che uno non se ne renda conto subito...uffina!), le vacanze di Natale e quelle di Pasqua, i mesi estivi....li passavo nel paese natale di mamma e lì facevo la mia conoscenza approfondita con tutte le imprecazioni in lingua autoctona di cui mia nonna mi ricopriva.
Nonostante il mio faccino angelico, che quand'ero “zulla” (come si dice in Abruzzo...facciamo vedere che ho imparato anche un po' dell'altro dialetto, sennò i miei concittadini ci rimangono male) era ancora più angelico e tenero, pare che riuscissi a scatenare le ire di mia nonna con gran facilità. Siamo onesti: era lei che perdeva la tramontana con estrema disinvoltura...ma questo comunque mi forniva l'opportunità di ascoltare le litanie di contumelie che lanciava nella sua lingua.
Ne ho ascoltate di interessanti ma, data la presumibile scarsa dimestichezza del mio pubblico col reatino, me le tengo per me, eheheheh!
Sta di fatto che mia nonna, senza volere, mi forgiava a quella che sarebbe stata una delle più grandi passioni della mia inutile e dissoluta vita: le lingue!
C'è da dire che forse si tratta di un gene che ho ereditato dalla famiglia di mio padre: forse avere due zie, le sorelle di mio padre, tutte e due laureate in lingue, può essere un indizio a carico del ramo paterno?!? Può darsi.
Forse mia zia, che mi regalava un libriccino che era una specie di vocabolario illustrato con le parole in inglese, quando ancora non andavo alle elementari...potrebbe essere in qualche modo tra i responsabili.
O forse anche mia madre, che, come dicevo è un'ottima maestra, ha colto questo mio interesse e per quello mi ha regalato “Le mie prime 1000 parole in francese”??? Se potete, cercate di comprare anche voi “Le mie prime 1000 parole in francese”!!!! Qualunque sia la vostra età. E' un libro che tengo ancora col massimo affetto sulla libreria della mia camera, insieme alla mia collezione di gialli Agathachristieiani e Conandoyleiani e Vandineiani, ai fumetti, ai miei libri preferiti in lingua inglese, agli spartiti di canto, agli album di foto, etc etc. Si tratta di un volume blu, con grandi illustrazioni; in quelle realizzate a due pagine, si trovavano le raffigurazioni -che so- di una classe, di una casa, di una spiaggia; tutt'intorno all'immagine, ci sono tanti piccoli disegni che rappresentano gli oggetti presenti nel disegno grande, con tanto di nome francese. La parte di questo libro che mi piaceva di più era che in questi disegni compariva sempre una paperetta gialla, di quelle che si usano per fare il bagno (cioè, adesso non le uso più...però hanno sempre il loro fascino! Prima o poi ritrovo quella di quand'ero piccola...), e bisognava riuscire a rintracciarla, magari nascosta tra i rami dell'albero in giardino, o imboscata dietro al secchio dell'immondizia. Mi rendo conto solo ora che forse questo gioco non risulta particolarmente coinvolgente per chi rientra nell'età media dei lettori di blog...però vi assicuro, amici, che ne valeva la pena! Soprattutto se chi cercava la paperella aveva meno di 6 anni....yuk!!!
Insomma, credo che un po' tutti in famiglia abbiano contribuito a vario titolo nel fare di me quello che sono: una studentessa fuori corso di lingue (molto fuori e poco corso, aggiungerei...vi basti sapere che sono di vecchio ordinamento. E poi dicono che i dinosauri si sono estinti...un po' di rispetto per gli anziani, plìz!), quasi al termine dell'incarico di assistente di lingua italiana in Austria, con una idea sul mio futuro vaga quanto una nebulosa vista con gli occhiali da astigmatico dal campetto di calcio dietro casa mia (che è comodo vedere le nebulose con i telescopi di Monte Palomar!!! Vi piace vincere facile, eh?!?)...

Mbeh mbeh...direi che per adesso mi placo, mi prendo una bella camomilla doppia...on the rocks, che fa più fico...e torno ad importunarvi un'altra volta.
Sleep tight!

p.s.: prometto a tutti gli interessati che, appena torno nella mia cameretta in Italia, vi comunico la casa editrice di quel libro meraviglioso! Nell'attesa di avere questo libro tra le mani, cercate di rilassarvi e di dormire lo stesso...due gocce di Valium fanno lo stesso effetto! ;-PPPP